Dal catalogo di Mattia Bosco “Come cera per le api”
testo di Alcide Pierantozzi
fotografia di Luca Peruzzi

Che cos’è la fatica? Ne esistono di due tipi, sulla terra. La prima appartiene
alle nostre braccia. Quando le braccia sollevano la pietra, spostano gli oggetti, delineano i solchi di un campo, spendono l’energia del corpo e alla fine cercano il sonno, pretendono il riposo della mente. La prima fatica si nasconde dietro un inganno, vuole che il corpo si rigeneri ma vuole soprattutto il riposo della mente. È la fatica della veglia. È, lo sappiamo, desiderio di tabula rasa.
Ce n’è poi una seconda, di fatica, che è una specie di fatica impossibile da arginare, è come un chilo che precipita e precipita nel vuoto, le cui parti sono inconoscibili (un chilo di mele? un chilo di grano? di legna?). In quale modo la si debba prendere, se ignorarla o combatterla, e che cosa la differenzi dalla fatica fisica, nessuno lo sa. Nemmeno un artista. È la fatica vaga del sogno. Spesso sogniamo di voler gridare senza riuscirci, di voler muovere le braccia senza farcela. Quanto è faticoso sognare! Chi sogna fatica due volte: contro l’impotenza dei propri gesti, e contro l’inganno del riposo.
Eppure questa seconda fatica rende la mente accessibile alla luce. Nei sogni, noi vediamo; vediamo da ogni latitudine, e perciò molto più che in veglia. I sogni portano fatica perché nascondono tracce di verità. Scampoli di destino. Sognando come si dice a occhi aperti, gli artisti catturano il destino per sbaglio. Lo catturano a ogni loro opera, ogni giorno. Dicono che anche gli alberi sognino, e che alla natura, animali compresi, sia preclusa la veglia degli uomini. Prendete un bosco. In natura il dolore coincide con il sogno: i rami si allungano nel cielo sopportando il proprio peso, le radici si scontrano con le zolle del terreno, i fiori esplodono. Ma sognando. Alla natura, come all’artista, non già come al filosofo, è preclusa la veglia del dolore.
Il dolore naturale è affascinante per quelli che sanno, bambini compresi, che ogni cosa che diventa, diventando si addolora. È giusto che succeda così. Qual è la cosa più dolorosa, più faticosa al mondo? Le immagini. Un’immagine è tale quando è connessa all’immagine successiva, quando diventa. Come il suono. Tutti diventiamo. Tutti siamo immagine e suono. E dopo? Cosa succederà alle immagini una volta compiute, scoperte, il giorno in cui saranno tutte in fila le une vicine alle altre? Che volto avrà il paesaggio? Il volto della festa?

Alcide Pierantozzi

 

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